La Misteriosa Scomparsa di W
venerdì, 02 dicembre 2005

Il giorno che io nacqui un sole improvviso meraviglioso entrò dalla finestra della sala parto e illuminò la scena, mia madre lanciò un trillo melodiosissimo da soprano e senza sofferenza alcuna mi sparò nell’aria come una palletta di cannone, io feci una doppia capriola e ricaddi esattamente tra le braccia del primario, un uomo bellissimo, brizzolato, virile, non fumatore e in quell’attimo, miracolo! Per la gioia, a tutti i presenti ricrebbero i capelli, a chi non li aveva, si indorarono a chi li aveva, e una suora cresimina si spogliò della sua palandrana rivelando un corpo stupendo, abbronzato, nato per l’amore e un infermiere rozzo, peloso, bitorzoluto, sudato la prese lì per terra con il trasporto e la dolcezza di un quindicenne, e miracolo! Tutti i malati si alzarono dai letti e invasero le corsie cantando, battendo il tempo con le stampelle e i gamboni di gesso, ognuno reggendo la sua flebo come un dono, e miracolo! I collassati si riebbero, i fratturati saldarono, i nefritici filtrarono, gli anemici rinsanguarono, i diabetici si amareggiarono e tutti fecero cerchio intorno per vedere me, la bambina più bella del mondo, io, Vu!

E ci si inoculò morfina, si bevvero sciroppi e anche i più a lungo lungodegenti si levarono dai capezzali secolari e le loro piaghe da decubito erano diventate splendidi tatuaggi di draghi e sirene e “a casa!”, dissero, “andiamo a casa perché abbiamo una casa, parenti, amore che ci aspetta”.
E il primario dei primari, vetusto, barbuto, occhi dardeggianti, uno Zeus, disse: “Ci dispiace che ve ne andiate. Questo ospedale sarà vuoto senza di voi”. E in quell’istante, dalla sala operatoria venne un chirurgo alto, bruno, virile, non inquisito, e tra le mani sporche di sangue reggeva qualcosa di umido e rosso. E al suo fianco c’era l’operato che si teneva la pancia, così, ma era felice, non era affatto spaventato e il chirurgo alzò in alto la cosa umida e gridò: “Guardate! Guardate cos’aveva in pancia il signore! Non era una metastasi, no… era un triciclo!”.

Un piccolo triciclo rosso. Per me! E io vi salii. Avevo solo dieci minuti di vita ma io vi salii. E partii, pedalando nel corridoio, tra le ali di degenti plaudenti e dalle camere mi lanciavano chi cioccolatini, chi biscotti vecchi, chi libri o settimanali e gridavano: “Non sappiamo più cosa farcene di queste cose, siamo guariti!”

E così uscii dall’ospedale tra lo scampanio delle autoambulanze e fuori…
…fuori c’era una nebbia pesante, densa, soffocante e un ingorgo di macchine che fumavano per il calore come rocce vulcaniche e una canea di clacson e volti cerei e dentro le macchine guidatori agonizzanti che morivano lentamente accelerando e uno degli ingorgati, vedendomi rosea, neonata, sudata, col triciclo rosso che cercavo di passare davanti nella fila, mi mirò, aspettò, spalancò lo sportello dell’auto e bam… mi centrò. Poi mi prese per il collo e disse:

- “Credi che la vita sia tutta rose e fiori, eh, puttanella?”

Fu allora che persi la fiducia nel mondo.

Stefano Benni

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